mercoledì 13 gennaio 2010

Google e Cina, si spezza l'equilibrio. Basta con le censure

13 gennaio 2010
Dopo i raid di pirati informatici che volevano accedere a caselle di posta di militanti cinesi per i diritti civili, Mountain View ha deciso di non compiacere più Pechino: lascerà liberi i risultati sul suo sito. La Casa Bianca: "Internet dev'essere libero"


New York - Ne parlavo qualche mese fa con un contatto su facebook di come Google in accordo col governo cinese filtrava (censurava) nel suo motore di ricerca molti argomenti politici ritenuti scomodi al governo di Pechino. All'epoca il discorso era inerente all'Italia in merito alla discussione politica che si era attivata subito dopo l'aggressione a Silvio Berlusconi. Discussione che era improntata su come filtrare alcuni dei più importanti social-network.
Feci presente che ciò che avveniva in Cina con Google sarebbe potuto accadere anche in Italia. Non solo, se pur in minima parte sembrerebbe che ciò stia gia avvenendo, ma queste sono "voci" che andranno verificate e dimostrate.

La Notizia
Google minaccia di abbandonare la Cina. L'annuncio clamoroso è arrivato ieri dal quartier generale di Mountain View, nella Silicon Valley californiana, al termine di una escalation di tensione fra il colosso di Internet e il regime di Pechino. I vertici di Google hanno rivelato che il loro motore di ricerca - nella versione in mandarino - è stato fatto oggetto di attacchi sempre più frequenti da parte di hacker cinesi, che si sospetta siano al servizio della censura di Stato. Mentre gli Stati Uniti si schierano al fianco di Google e il presidente Barack Obama si dice convinto della necessità di un "internet libero".


Gli attacchi più gravi, che hanno portato all'annuncio di ieri, hanno violato le e-mail di alcuni attivisti per i diritti umani, oltre che di grandi imprese occidentali. In un blog del gruppo, i dirigenti di Google ieri sera hanno rivelato di avere "scoperto un attacco mirato ed altamente sofisticato contro la nostra infrastruttura, originato dalla Cina". Ulteriori indagini interne hanno confermato che il bersaglio principale sono stati "gli account G-mail di diversi militanti per i diritti civili".
Fonte: Republica.it

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